Ti trovi in: Home » Archivio » Contributi » Dietrich von Engelhardt, Antropologia del dolore

Commenti recenti

Dietrich von Engelhardt, Antropologia del dolore

Se si considera la storia culturale del dolore si potrà ripetutamente osservare che il dolore costituisce un anello di congiunzione tra la natura e la cultura. Da un lato il dolore è un fenomeno biologico, dall’altro uno culturale ed è spesso difficile, molto difficile, definire quale aspetto in un dato momento stia in primo piano, quello biologico e fisiologico oppure quello culturale, psicologico e anche linguistico.
La medicina viene ripetutamente sfidata a riflettere sulla sua posizione fondamentale a cavallo tra le “scienze della natura” e le “scienze dello spirito”, a recuperare la sua dimensione antropologica, quella cosmologica e quella metafisica. Proprio nell’incontro tra il medico e il paziente il medico deve calarsi nella soggettività del paziente, nella sua percezione del dolore e non solo in quella, ma anche nella sua valutazione del dolore – il paziente in fondo non percepisce soltanto il dolore, lo valuta anche. Quel medico che guarda al paziente nella pienezza della altrui soggettività, farà bene a interpretare il dolore non soltanto sul piano fisiologico e nemmeno solo sul piano psicologico, farà suo anche il piano valutativo, i punti di vista normativi sul dolore, domanderà al paziente anche che cosa è per lui il dolore, come egli lo valuti e se questi, nonostante tutti i tentativi di alleviare il dolore – cosa che resta comunque il fine essenziale di ogni medicina, di ogni terapia, anche di ogni terapia palliativa – non possa ricavare un senso dal dolore in quanto capisce che al dolore corrisponde sul piano cosmologico, nella evoluzione della natura, un determinato grado di sviluppo – questo è l’aspetto filogenetico del dolore – e che il dolore possiede anche nello sviluppo individuale di ogni individuo un ruolo essenziale – questa sarebbe la funzione ontogenetica del dolore – e che, oltre a ciò, nella sfera sociale esso apre al mondo circostante, anche ai suoi amici, ai suoi parenti, una chance di partecipare a questo dolore, laddove è giusto ricordare di nuovo il detto di Goethe secondo cui «i dolori possono essere capiti, solo da chi li ha personalmente provati». Anche questo è un punto di vista sul quale sin dall’antichità è stata richiamata l’attenzione della medicina. Che forse il medico può capire solo quei pazienti le cui malattie egli ha già avuto. Infine – anche questo è qualcosa che nel contatto con il sofferente gli si può sempre offrire – gli si faccia capire che nel dolore si manifesta anche una dimensione antropologica, oppure una metafisico-filosofica, nel senso che quel contrasto che noi avvertiamo fondamentalmente tra le idee e il mondo della realtà, trova qui ciò che vi corrisponde sul piano corporeo, mentre all'uomo religioso si farà vedere che nel dolore si esprime il contrasto tra la vita terrena e quella nell’Aldilà. In altre parole si dovrebbe trasformare la medicina da tecnica di guarigione in cultura della guarigione in modo che nella conoscenza scientifica, a contatto con il dolore, nella descrizione e anche nelle risposte terapeutiche, essa tenga presente queste altre dimensioni del dolore, che noi possiamo acquisire dalla storia culturale del dolore. Ci sono due titoli di due libri contemporanei che forse dicono con particolare esattezza quali sono le dimensioni, qual è l’orientamento da tenere quando si è a contatto con i dolori. Il primo titolo proviene da Gadda ed è La cognizione del dolore. Resta sempre molto importante fare in modo che alla descrizione scientifica, scientitifico-naturale e fenomenologica non sfugga che cosa è il dolore. Questo resta uno dei compiti essenziali insieme a quello di cercare ancora nella biochimica e nella chimica altre possibilità di affrontare il dolore sul piano terapeutico. L’altro titolo proviene da Neruda ed è Trasformare in speranza il dolore del mondo. Questo è il secondo compito, quello di vedere in che modo l’uomo che soffre, in che modo tutti noi che soffriamo a contatto con il dolore, possiamo acquisire una dimensione di speranza, guardare avanti e vedere una possibilità di integrare costruttivamente nella vita il dolore e la sofferenza. [...] Per la medicina e la sua terapia ha una grande importanza qual è il concetto di dolore che le sta alla base. Una tecnica della guarigione può definire il dolore come un guasto di una macchina mentre una cultura della guarigione partirà sempre dalla dimensione antropologica, cosmologica e anche metafisica del dolore. Vi sono delle relazioni assolutamente chiare infatti tra la terapia e il concetto del dolore. Se noi siamo in grado di definire il dolore solo sul piano biologico, nella terapia ci muoveremo soltanto sul piano biologico. Se noi invece comprendiamo il dolore come un fenomeno sociale, psicologico, sensato, anche nella terapia dovremo misurarci con queste dimensioni psicologiche e sociologiche. Il concetto moderno di una cura palliativa, che è stato adesso discusso in un congresso a Parigi a cui è seguito subito dopo un altro in Assisi, un tale concetto oltrepassa l’immediata lotta al dolore, ma comporta piuttosto che il sofferente, l’uomo che ha dolori, venga assistito sul piano psichico, sociale, e culturale e può a ragione farsi guidare dall’idea che, se vengono presi in considerazione anche questi piani ulteriori, l’immediato dolore fisico può essere sopportato più facilmente, forse addirittura lo si può superare più facilmente. Sul piano di una cultura della guarigione resta comunque sempre importante chiedersi qual è il significato che si attribuisce al dolore. Molti filosofi possono farci da stimolo, molti di essi durante questa lezione sono gia stati nominati. Si dovrebbe sempre ricordare Kant che ha detto che «nel dolore noi sentiamo un aculeo che ci spinge ad agire» e che «solo con questo aculeo a essere attivi noi percepiamo la nostra esistenza». Ma non si dovrebbe neanche dimenticare il detto di Rilke - e una medicina come cultura della guarigione farà sempre bene ad ascoltare i poeti - secondo cui «il dolore ci porta spesso in regioni incommensurabili per le quali a stento abbiamo un linguaggio», e che la poesia - lo stesso Rilke ne è un ottimo esempio - può esserci d’aiuto in queste regioni incommensurabili, per sviluppare un linguaggio e per trovare una parola che possa essere compresa dal medico, dal paziente e da chi ci sta intorno.
fonte: Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche Rai Educational http://www.emsf.rai.it/scripts/interviste.asp?d=329

Invia un commento

(Se non vedi subito il tuo commento dopo aver postato, è possibile che esso richieda l'approvazione dell'amministratore prima che esso compaia. Fino ad allora non sarà visibile. Grazie per la tua attesa.)

Prego, inserisci codice sicurezza antispam