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Medico, ammalato, società

Le riflessioni di Giuseppe Bozzi, studente in Medicina


La mia riflessione prende spunto da un romanzo satirico di argomento singolare, scritto qualche anno fa da uno scrittore francese agli esordi, laureato in antropologia, di nome Martin Page: il romanzo si intitola “Come sono diventato stupido” (edito da Garzanti, collana Gli Elefanti).

881166504-3.jpgIl titolo è sicuramente disarmante, ancor più dopo aver letto la presentazione in quarta copertina: è la storia di un giovane studente di venticinque anni, particolarmente dotato, che ha capito che la propria intelligenza è causa della propria infelicità e del proprio malessere, e che allora decide di tentare il tutto e per tutto, pur di guarire dalla sua MALATTIA: l’intelligenza e diventerà stupido, ma finalmente felice.
Credo che sia un libro divertente e “intelligente”, una satira sulla società contemporanea, di cui ribalta il più unanime dei punti di vista: che l’intelligenza sia una qualità; inoltre il romanzo offre diversi spunti di riflessione sul concetto di malattia e sul modo in cui il protagonista si rapporta alla medicina.
Apro subito una parentesi: credo sia importante che al giorno d’oggi quando si parli di medicina, l’interlocutore di quest’ “arte scientifica” non si debba ritrovare più nell’individuo (come il protagonista del romanzo) ma nella comunità: se un essere umano malato si rivolge al medico la medicina ha già fallito, ha già fallito nel suo ruolo primario, che è la prevenzione inteso come intervento sulla comunità, atto ad eliminare le cause ambientali, sociali etc. che determinano la malattia.
A proposito di malattia, il protagonista afferma all’inizio del suo percorso di liberazione dall’intelligenza: “L’intelligenza è un male duplice, fa soffrire e nessuno pensa di considerarla una malattia. Essere un alcolista, al confronto, sarebbe una promozione sociale: soffrire di mali visibili, con una causa nota e trattamenti previsti”.
Prima di rivolgersi dal medico, infatti, l’ammalato decide di tentare cure alternative della sua malattia: tenta prima di diventare un alcolista, poiché l’alcol offusca la mente; non un alcolista comune, ma un alcolista intelligente e costruttivo, che prima di darsi alle sbronze, decide di recarsi in biblioteca (è stato più volte insignito del titolo di “lettore dell’anno” ed è anche impiegato in università come supplente) e presentarsi al banco con “Dizionario degli alcolici del mondo intero, Guida storica degli alcolici, Alcolici e vini, I più grandi alcolici, L’abbecedario degli alcolici…”; peccato che dopo mezzo boccale di birra, scopre in ospedale di aver una sensibilità fisiologica estrema all’alcol.
Pensa allora di suicidarsi, e si iscrive al “SPTCTM Suicidio per tutti e con tutti i mezzi”, frequenta qualche lezione, ma ben presto si rende conto di non voler vivere, certo, ma di non voler neanche morire.
La sua intelligenza qualcosa di positivo infondo gli dà, per esempio in questo passaggio del romanzo: “<> Il panettiere annuì e gli diede un pane intero.”
Ad un certo punto il protagonista, infelice, solitario e povero, a causa della sua infelicità decide di rivolgersi ad un medico. E’ la scena centrale di tutta la storia, il punto di svolta insomma, giacché il medico risolve la situazione. Il medico sembra proprio in gamba, dato che risolve il problema del giovane, rendendolo stupido.
Il protagonista ha un amico pediatra, che consulta da quando aveva due anni e non ha mia avuto altro medico. Chiaramente decide di rivolgersi a lui. Per non sentirsi in imbarazzo nella sala d’attesa porta con sé come al solito una bambina, figlia di un suo vicino di casa e quando entra descrive così il luogo “Era simile ad un qualunque studio medico, con i diplomi appesi ai muri beige, la biblioteca di grossi tomi superbamente rilegati con la pelle di una vacca che doveva aver brucato oro. Come se la targa di ottone all’entrata non fosse sufficiente, lo studio emanava una competenza attestata; i colori e i mobili ispiravano serietà. Chiunque vi entrava era assalito da questa atmosfera di solennità, sentiva il dominio dell’onnipotente medicina e non aveva altra scelta che sottomettervisi.” Aggiunge in seguito “Assai spesso, andare dal medico costringe naturalmente all’abbandono della sovranità su stessi: non ci si appartiene più realmente, si fa dono del proprio corpo e delle sue disfunzioni ai maghi della scienza delle malattie.” E ancora “La somiglianza fra i ninnoli che arredano ogni studio medico e quelli che creano il mistero di uno studio di veggente è stupefacente”.
Ma attenzione, poiché ci troviamo di fronte ad un medico che ha a che fare continuamente con i bambini e purtroppo “Un Power Ranger rosso posato su un ricettario disinnescava la potenza simbolica della sua natura di medico”.
Per farla breve, il protagonista inizia ad esporre al medico la sua idea: prende dalla sua borsa uno schema che rappresenta il cervello umano e inizia a chiedere conferme al medico prima di affermare la sua intuizione “I lobi frontali, qui, assicurano la comunicazione fra le strutture dell’io e le funzioni cognitive..” Il medico, scocciato di sentirsi dire da un paziente cose che sa meglio di lui, lo invita ad arrivare al sodo. “Pensavo che potresti togliermi una parte della corteccia, oppure se preferisci sopprimere un lobo frontale, così…”
Probabilmente è la prima volta che il medico si trova di fronte ad una richiesta razionale di lobotomia: comprende la situazione, “scende dal suo trono” e si siede accanto all’amico, pieno di sollecitudine. Il protagonista, a parere del medico è depresso; l’ antidoto è fare in modo che esprima i suoi problemi. E’ un pediatra, prima chiamato a svolgere le funzioni di un neurochirurgo e ora di uno psichiatra. Allora il giovane inizia ad esporre al suo amico medico le conclusioni a cui è arrivato e la richiesta, ferma, di un cervello normale, di una vita banale e conformata.
Il medico prescrive al paziente un farmaco, che risulterà essere efficace, che renderà finalmente felice e stupido il protagonista. L’ Heurozac (neologismo ironico coniato a partire da heureux – felice) funzionerebbe come calmante e antidepressivo. Il medico ci tiene a precisare che l’ Heurozac non si risolve i problemi, non cura, ma può aiutare il nostro protagonista: “Sarai quasi uno zombi, te lo garantisco. La vita ti sembrerà più semplice, più bella. Sarà falso, beninteso, ma non ne sarai cosciente. Sappi comunque che l’effetto sarà temporaneo”.
In conclusione, questo farmaco aiuterà il giovane che così inizierà ad approfittare “dello spettacolo delle ragazze in tenuta estiva senza domandarsi se hanno o meno libri nelle borse. Prende il mondo al primo grado, come si offriva, senza cercare più in là, approfittando dei suoi piaceri gratuiti.” “Antoine non era più singolare, si riconosceva negli altri come dentro specchi viventi: e questo gli risparmiava molta fatica”. Gli effetti dell’ Heurozac ricordano molto il mondo di “1984” di G. Orwell, ribaltato in una prospettiva positiva, che vede nella singolarità e in un’intelligenza “cavallo senza redini” un male.

Personalmente condivido l’idea di malattia che emerge dalla storia: malattia è tutto ciò che limita e ostacola il benessere psico-fisico di una persona; in questo caso l’intelligenza, in quanto causa di disagio, diventa malattia. E’ una concezione di malattia istintiva, naturale, non scientifica e soprattutto soggettiva.
Quando un uomo riconosce di essere malato (prima ancora di una diagnosi medica: quando un uomo riconosce che qualcosa che non dipende o dipende poco da lui, limita il suo benessere) riconosce nello stesso momento il suo limite: quello di poter far poco contro “l’agente patogeno” e di necessitare quindi dell’aiuto di qualcuno dall’esterno.
Purtroppo però oggi l’essere umano tende a cullarsi nel concetto di malattia: ammettere “Ok, sono malato” funziona quasi come una resa, come un disconoscere che qualcosa o molto si può fare ancora per ritrovare il proprio benessere. Per esempio un “Sono malato: sono depresso”, spesso è un volere trovare in qualcosa che al di fuori del malato la causa di tutto e arrendersi, richiedendo un aiuto esterno: significa delegare tutto ad un medico, sovranità della propria persona compresa, quando invece la collaborazione del paziente è fondamentale. Nella depressione un medico può fare poco senza una collaborazione dello stesso paziente, che magari si presenta davanti a lui marcato da un forte senso di impotenza. Ben venga allora un sentire che oggi è diffuso: la necessità cioè, di far diventare la malattia umana o più umana recuperando quel rapporto di fraternità tra medico e malato, che in molti casi si è attenuato per effetto dell’eccessiva mercificazione e del distacco tecnicistico della professione; ben venga la necessità del paziente di ricevere una maggiore chiarezza, in modo tale che possa fornire in maniera oculata il proprio consenso a qualunque operazione sul suo corpo e che possa collaborare, anzitutto con la forza di volontà e con la “voglia di guarire”.
E’ per questo che oggi si assiste ad una crescente domanda sociale di conoscenze mediche, ad un desiderio di maggiore partecipazione e consapevolezza dell’uomo su aspetti così importanti della vita quotidiana, come il mantenimento della salute e la cura della malattia, domanda che oggi trova risposta nell’esistenza di rubriche fisse di Medicina in molti periodici, e nell’elevato audience di programmi televisivi dedicati esclusivamente ad argomenti medico-sanitari. La comunicazione della medicina con la società, è una conquista recente: ad essa da sempre sono stati frapposti ostacoli, per esempio mediante la trasmissione di metodi e tecniche di cura come segreti iniziatici, è la “complessa metafisica” della medicina antica.
Dopo aver riconosciuto di non star bene il protagonista del romanzo, così come l’uomo d’oggi, cioè l’ipotetico malato, porta al medico pane per i suoi denti. In “Come sono diventato stupido”, il giovane va da un suo amico medico; nella nostra società, dopo anni e anni di storia dell’uomo e della medicina, dovrebbe essere intrinseca la visione che assimila ogni medico ad un amico: ogni uomo è figlio dei progressi della medicina: se la malattia e dunque la medicina sono nate con l’uomo e cresciute con egli, il medico è da sempre bastone del progresso dell’uomo; senza medicina non ci può essere né ci sarebbe potuto mai essere progresso.
La società dipende dunque della medicina, ma anche la medicina dipende dalla società perché chi esercita la medicina è anzitutto un membro di essa che, come tale, è intriso dei suoi valori e risente in prima persona delle scelte politiche ed economiche adottate dalla società in cui vive.
La medicina oltre a dipendere strettamente dalla società, dipende anche dal tempo: non riesco ad immaginare un uomo primitivo che un bel giorno all’ombra della sua caverna si accovacci e inizi a riflettere su sé stesso chiedendosi se è felice, quali siano le cause della sua infelicità e le ritrovi in sé stesso, magari nella sua intelligenza e decida allora si farsi perforare il cranio per farne evaporare un po’. I tempi sono figli della medicina, ma anche la malattia è figlia del suo tempo ed “evolve”, man mano che cambiano i bisogni e le attitudini dell’uomo. Sembra che nonostante i numerosi progressi della scienza, la malattia non faccia un passo indietro nella nostra società: si trasforma e ricombina, evolvendosi, come fosse un virus dalle mille forme: non debellabile; il prodotto algebrico tra benessere dell’uomo e insidia della malattia è sempre e da sempre costante.
Mentre la medicina ippocratica era incentrata nella cura del malato, la scelta della medicina specialistica ha condotto a spostare l’attenzione sulla malattia, così che lo scopo principale della medicina clinica contemporanea occidentale sembra non consistere più nella eradicazione della malattia, cosa spesso impossibile, ma nel conseguimento del benessere del paziente. In questo senso dicevo sopra che un malato è simbolo del fallimento della medicina.
Tornando all’assurdo dell’ uomo primitivo che si vorrebbe bucare il cranio per un eccesso di intelligenza,
il protagonista del romanzo, vuole fare insomma questo: perdere un po’ d’intelligenza e allora si rivolge dal medico. Non è un medico il cui primo interesse primario è, come detto poco fa, l’eradicazione della malattia e in secondo luogo il benessere del paziente; tra l’altro spesso le due cose non sono direttamente collegate (penso ad una chemioterapia somministrata con poche speranze: il paziente ne soffre gli effetti, nella vana speranza di eradicare il tumore). E’ un medico invece che prescrive un farmaco il cui unico effetto è quello di alleviare le sofferenze del paziente, benché in modo illusorio, e che invece non tocca affatto la malattia. Forse perché una malattia non c’è.
E l’autore del romanzo descrive in maniera molto efficace lo studio medico di oggi: l’aria e le pareti sono impregnate del peso della cultura; gli occhi del paziente percepiscono una presenza quasi magica; tutto invita il paziente a sottomettersi, a promuovere il silenzio, anche la previsione dell’alto contributo economico che il medico, magari specialista famoso (perché una sua visita costa molto: dunque per la società quel medico è bravo ed è una “campana” che va sentita) richiederà, spinge a cercare di ricavare e di cavare il più possibile da questi cinque minuti di incontro… “fraterno”.
La malattia oggi è il punto di incontro tra il paziente e il medico, tra l’umanità e la medicina: il medico non interviene sulla malattia ma sul e attraverso il paziente nonostante oggi più che prima le sue scelta siano dettate dai risultati che sono stati conseguiti, in media, su gruppi di pazienti, da probabilità e statistiche, insomma. E’ la dimensione umana della malattia quella che la tappa del cammino dell’umanità in cui viviamo, cerca di riscoprire.

Giuseppe Bozzi


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